Facciata del castello del Catajo

Non era previsto. Stavo attraversando il Veneto diretta verso Padova quando mi capitò fra le mani un opuscolo dedicato a un castello dei Colli Euganei di cui non avevo mai sentito parlare: il Castello del Catajo. Affreschi, giardini, leggende: ce n’era abbastanza per farmi cambiare programma.

Decisi quindi di fare una deviazione verso Battaglia Terme. Pensavo di fermarmi poco; finii per trascorrere molto più tempo del previsto tra le sale affrescate, cortili e  giardini,  cercando soprattutto di capire chi avesse costruito un luogo tanto singolare e perché.

D’altronde, quando un edificio possiede una rampa percorribile a cavallo, un cortile predisposto per le battaglie navali, una vecchia incaricata di spruzzare acqua sui visitatori  e un elefante dagli occhi a mandorla, attenersi al programma diventa difficile.

Informazioni pratiche per visitare il Castello del Catajo

Tutto quello che devi sapere per organizzare la visita al Castello del Catajo

  • Dove si trova: Battaglia Terme, nei Colli Euganei (Veneto), vicino ad Abano Terme e Montegrotto, a circa 30 minuti da Padova e 1 ora da Venezia.
  • Come arrivare in auto: uscita “Terme Euganee” (A13 Padova–Bologna), poi circa 1 km sulla SS16 “Strada Battaglia”.
  • In treno: stazione Battaglia Terme (15 min a piedi tramite la “Passeggiata degli Obizzi”) oppure Terme Euganee (5 min in taxi).
  • In bici: il castello si trova lungo l’anello ciclabile E2 dei Colli Euganei (circa 63 km).
  • Animali: ammessi al guinzaglio nel parco storico solo se di piccola o media taglia; vietati negli spazi interni, ad eccezione dei cani guida.
  • Accessibilità: edificio storico con scale; piano nobile non accessibile a persone con mobilità ridotta.

 Catajo o Catai? Quando la letteratura si mette in viaggio

Durante il tragitto in auto, mentre il consorte si godeva una meritata pennichella, lasciai vagare i pensieri seguendo il profilo morbido dei Colli Euganei. Fu allora che mi tornarono in mente alcune ottave dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, in particolare quelle dedicate ad Angelica, la splendida «regina del Catai», capace di far perdere il senno ai più valorosi cavalieri.

Catai, Catajo. L’assonanza era troppo evidente per non farmi sorgere una domanda: poteva esserci davvero un legame fra quel lontano Oriente e il castello verso il quale ci stavamo dirigendo?

La risposta l’avrei scoperta poco dopo. Ma prima vale la pena raccontare una leggenda che, per secoli, ha accompagnato il Catajo.

Veduta aerea del Castello del Catajo

Foto © Castello del Catajo

Il castello del Catajo e il fascino dell’Oriente immaginario

Il Catai di Angelica non era un regno inventato da Ariosto. Con questo nome, arrivato in Europa attraverso i racconti dei viaggiatori medievali, si indicavano la Cina settentrionale e, più genericamente, quelle terre lontanissime che pochissimi europei avrebbero mai visto con i propri occhi.

E qui la faccenda si fa interessante. Perché non ero stata la prima a inciampare nell’assonanza fra Catai e Catajo.

A un certo punto cominciò infatti a circolare la voce che il castello dei Colli Euganei fosse stato costruito sul modello di una dimora descritta da Marco Polo nel Milione. Il collegamento era magnifico. Peccato che fosse anche falso.

Il Catajo non aveva nulla a che vedere con la Cina. Ma una volta nata, la leggenda aveva tutto ciò che serviva per sopravvivere: un nome quasi identico, Marco Polo, un castello abbastanza stravagante da prestarsi al gioco e proprietari che non avevano particolari ragioni per protestare.

Tra leggenda e realtà

D’altra parte, proviamo per un momento a dimenticare di vivere in un mondo nel quale possiamo vedere il tetto di casa nostra fotografato da un satellite. Nel Cinquecento la Cina era soprattutto una terra raccontata. La si conosceva attraverso libri, carte, testimonianze di viaggio; e fra ciò che qualcuno aveva visto, ciò che qualcun altro aveva riferito e ciò che un terzo aveva capito, rimaneva spazio in abbondanza per l’immaginazione.

Visto oggi, naturalmente, il paragone regge un po’ meno. Il Castello del Catajo sta al Catai più o meno come Honolulu sta a Riccione.

Da dove viene davvero il nome Catajo?

In effetti l’origine del nome è molto meno esotica di quanto si potrebbe immaginare.
La spiegazione più accreditata ci riporta bruscamente dai favolosi regni orientali ai canali dei Colli Euganei.

Secondo il Comune di Battaglia Terme, Catajo deriverebbe da Ca’ del Tajo, cioè “la casa del Tajo”.

Il termine tajo farebbe riferimento al canale che, con il suo tracciato, “tagliava” i terreni circostanti.

Insomma, niente Cina né Oriente misterioso.

Meno romantico, forse. Ma la storia del Castello del Catajo è sufficientemente singolare da non aver bisogno di Marco Polo.

Gli Obizzi e la costruzione del Catajo

Il Castello del Catajo visto dai giardini

Il Castello del Catajo visto dai giardini. Per gentile concessione del Castello del Catajo

Archiviato il Catai, restava da capire chi avesse avuto l’idea di costruire una dimora simile.

Ed eccoli, gli Obizzi.

Non appartenevano al patriziato veneziano, ma il ramo stabilito a Padova era entrato a far parte della nobiltà cittadina almeno dal Quattrocento. Avevano inoltre denaro, relazioni e una lunga tradizione nelle armi: per generazioni avevano servito papi, repubbliche e signori italiani come uomini d’arme e condottieri.

Nel Cinquecento, tuttavia, possedere ricchezze e antenati illustri non bastava. Bisognava anche mostrarli. Il Castello del Catajo sarebbe diventato il monumento con cui gli Obizzi raccontavano la propria storia — o, in qualche caso, la versione della propria storia che preferivano tramandare.

Prima del castello: la casa di Beatrice

Il Catajo non nacque tutto insieme. Il nome del luogo è documentato già nel Quattrocento; la prima attestazione certa di un edificio risale invece al 1518, quando qui sorgeva una casa in mattoni appartenente a Gasparo Obizzi.

Dopo la morte del marito, Beatrice Pio da Carpi trasformò quella residenza di campagna in un cenacolo frequentato da letterati e intellettuali. Il nucleo più antico del complesso, oggi chiamato Casa di Beatrice, conserva il suo nome.

Ma fu il figlio Pio Enea I Obizzi, condottiero al servizio della Repubblica di Venezia, a cambiare radicalmente le dimensioni e il significato della proprietà.

Pio Enea I e la nascita del Castel Vecchio

Nel 1570 Pio Enea I cominciò a costruire accanto alla casa materna quella che oggi costituisce la parte monumentale del complesso. Secondo il letterato Giuseppe Betussi, incaricato di descrivere l’impresa, il progetto iniziale prevedeva una torretta con poche stanze dalla quale contemplare il paesaggio. Nel giro di tre anni la modesta torretta si trasformò nel Castel Vecchio.

Alla progettazione collaborò l’architetto Andrea da Valle, che diede forma a un edificio difficile da classificare: troppo scenografico per essere una vera fortezza, troppo munito di torri, merli e garitte per assomigliare alle ville che le famiglie veneziane costruivano in campagna.

Viene spontaneo chiedersi: perché costruire una dimora dall’aspetto fortificato quando nessuna guerra minacciava la zona?

L’ambiguità era voluta. Il Catajo doveva offrire una residenza comoda e fastosa, ma anche ricordare a chiunque vi entrasse che la fortuna degli Obizzi era nata dalle armi. Non serviva a difendere il territorio: serviva a rappresentare il prestigio militare della famiglia.

Cortile dei Giganti del Castello del Catajo

Cortile dei Giganti del Castello del Catajo

Un castello costruito per stupire

La prima dimostrazione delle intenzioni di Pio Enea è sotto i nostri piedi. Per raggiungere le terrazze del Castel Vecchio saliamo lungo una rampa formata da gradini bassi, attraversati a intervalli regolari da cordoli in pietra.

Quella particolare struttura consentiva ai cavalieri di raggiungere la terrazza  senza scendere da cavallo. Una volta investito tanto nella scenografia, sarebbe stato imprudente trascurare l’entrata in scena.

E quella era soltanto la preparazione. Una volta varcata la porta, erano le pareti stesse a incaricarsi di raccontare la gloria degli Obizzi.

Gli affreschi di Zelotti: la storia degli Obizzi diventa epopea

Affreschi di Giambattista Zelotti al Castello del Catajo

Gli affreschi del Catajo. Foto © Castello del Catajo

Entrando nel grande salone del piano nobile, ci troviamo di fronte all’albero genealogico della famiglia. Dalle sue radici prende avvio una sequenza di quaranta affreschi, distribuiti in sei sale, che racconta le imprese attribuite agli Obizzi dall’XI secolo al 1422. L’albero genealogico prosegue invece fino a Pio Enea I, committente del ciclo.

Il ciclo fu realizzato tra il 1571 e il 1573 da Giambattista Zelotti e dalla sua bottega. A stabilire quali episodi rappresentare e come ordinarli fu invece Giuseppe Betussi, letterato legato alla famiglia e autore del Ragionamento sopra il Cataio.
Battaglie, assedi, matrimoni, investiture e incontri con papi e sovrani si succedono sulle pareti. Per aiutare il visitatore a riconoscere i protagonisti, gli Obizzi ricompaiono con caratteristiche fisiche simili e con i colori bianco e azzurro della casata. Anche chi ignorava parecchi secoli di genealogia poteva così orientarsi: bastava cercare tra i combattenti i tratti e i colori degli Obizzi.

Dal punto di vista artistico, Zelotti prende possesso delle sei sale e le trasforma in una scena continua. Le architetture dipinte prolungano quelle reali; figure, cavalli e vessilli sembrano avanzare oltre balaustre e frontoni, direttamente verso il visitatore. I colori luminosi, le composizioni affollate e i corpi colti nel pieno dell’azione conferiscono al racconto una teatralità pienamente manierista. Qui dimostra una notevole padronanza dello spazio illusionistico e una capacità quasi insolente di trasformare ogni battaglia in spettacolo. La pittura è talmente persuasiva da conferire a ciascun episodio l’autorità di un fatto realmente accaduto.

Una storia di famiglia tra fatti e licenza poetica

A questo punto conviene però diffidare dell’apparenza documentaria degli affreschi. Gli avvenimenti scelti da Giuseppe Betussi appartengono in gran parte alla storia europea; assai meno certa è, in diversi casi, la presenza degli Obizzi e soprattutto il ruolo attribuito loro.

La storica dell’arte Irma B. Jaffe, autrice dello studio più ampio dedicato al ciclo, ha riscontrato numerose incongruenze. Un affresco raffigura, per esempio, Tommaso degli Obizzi mentre riceve da Edoardo III d’Inghilterra le insegne dell’Ordine della Giarrettiera. La scena è magnifica; il nome di Tommaso, tuttavia, non compare negli elenchi ufficiali dell’Ordine.

Jaffe propone dunque di parlare di «licenza poetica»: la cornice storica è autentica, mentre la parte assegnata agli Obizzi si spinge talvolta ben oltre ciò che le fonti consentono di dimostrare.

L’effetto, in ogni caso, è formidabile. Raffigurato accanto a papi, imperatori e sovrani, ciascun antenato acquista sulla parete l’autorevolezza di un protagonista della storia. Gli affreschi raccontano quindi le imprese della famiglia e, insieme, il modo in cui gli Obizzi desideravano essere guardati e ricordati.

Con gli affreschi, Pio Enea I aveva trasformato il Catajo nel monumento alla propria famiglia. Qualche decennio più tardi, Pio Enea II gli assegnò una funzione ancora più ambiziosa: stupire, divertire e, quando se ne presentava l’occasione, bagnare gli ospiti.

Pio Enea II: il castello diventa teatro

La guerra aveva contribuito alla fortuna degli Obizzi e continuava a occupare un posto centrale nell’immagine della famiglia, anche nei periodi di pace. Negli affreschi di Zelotti era diventata epopea dinastica; nel Seicento scese dalle pareti e si trasformò in spettacolo.

Il principale artefice di questo passaggio fu Pio Enea II Obizzi, nato al Catajo nel 1592 e dotato di una passione per il teatro che difficilmente avrebbe potuto accontentarsi di un palcoscenico convenzionale. Organizzava feste, tornei e rappresentazioni musicali.

Anche il Catajo finì per obbedire alla sua immaginazione. Comparvero un piccolo teatro con sedici palchi, una sala per il gioco della pallacorda, nuovi spazi per le collezioni, fontane, statue e congegni idraulici. Ogni ambiente poteva diventare una scena e ogni ospite, spesso a propria insaputa, parte dello spettacolo.

Battaglie navali nel cortile di un castello

Il Cortile dei Giganti visto dalla terrazza del Castello del Catajo

Il cortile dei giganti visto dalla terrazza

Per comprendere il Cortile dei Giganti, bisogna restituirgli l’acqua.

Immaginiamo di affacciarci dalla grande terrazza in una sera del Seicento. Sotto di noi la parte inferiore del cortile è scomparsa sotto uno specchio d’acqua. Dipinti sulle pareti, giganteschi uomini d’arme alti circa quattro metri sorvegliano la scena entro architetture dipinte; i loro colori si riflettono sulla superficie e si spezzano a ogni movimento.

Poi comincia la rappresentazione.

Nello spazio allagato si affrontano imbarcazioni, mentre dalle terrazze gli invitati assistono alla naumachia, una battaglia navale concepita per il loro divertimento. Il cortile diventa un teatro d’acqua: gli affreschi fanno da scenografia, il castello da quinta e gli spettatori osservano tutto dall’alto, come dai palchi di una sala teatrale priva di soffitto.

Le proporzioni erano naturalmente lontane da quelle delle grandi naumachie romane. Poco importa. Per un ospite appena arrivato al Catajo, vedere un cortile trasformarsi in un campo di battaglia acquatico doveva essere abbastanza sorprendente.

Gabrina: una leggenda ispirata dall’Orlando furioso

Dal Cortile dei Giganti, l’acqua ci segue fin dentro il castello e assume intenzioni decisamente meno solenni.

In una nicchia ci imbattiamo nel busto di una vecchia scolpito nella pietra, dal volto segnato e dall’espressione tutt’altro che rassicurante. Si chiama Gabrina e, prima di avvicinarsi per leggere l’iscrizione, conviene sapere con chi abbiamo a che fare.

Secondo la tradizione del castello, sarebbe stata una domestica vissuta qui verso la metà del Seicento, conosciuta per il carattere scherzoso e per certe qualità amatorie che l’età, a quanto pare, non era riuscita ad affievolire. Dopo la sua morte, gli Obizzi le avrebbero dedicato questo singolare ritratto e un epitaffio tutt’altro che funebre:

Gabrina giace qui vecchia e lasciva,
qua dal vago Zerbin portata in groppa,
che, benché sorda, stralunata e zoppa,
si trastullò in amor sinché fu viva.

Chi conosce l’Orlando furioso avrà già riconosciuto i nomi. Nel poema di Ariosto, Gabrina è una vecchia malvagia, brutta e lussuriosa che Zerbino ha l’imprudenza di deridere. Marfisa lo sfida, lo sconfigge e gli impone di accompagnare la donna ovunque voglia andare e di farle da guida e da scorta.

L’iscrizione del Catajo gioca apertamente con questo episodio. Il castello identifica la figura con una domestica realmente vissuta al servizio degli Obizzi; non sappiamo, però, se dietro il volto scolpito vi sia una persona reale, ribattezzata Gabrina per analogia con il personaggio ariostesco, oppure una figura nata interamente dalla fantasia letteraria.

Gabrina, in ogni caso, non è una presenza del tutto inoffensiva. Il busto venne trasformato in uno dei tipici scherzi d’acqua: mentre l’ospite si avvicinava per decifrare l’iscrizione, qualcuno azionava il meccanismo e dal seno della vecchia partivano alcuni spruzzi d’acqua destinati a coglierlo di sorpresa.

Busto di Gabrina al Castello del Catajo

 Gabrina

Un elefante dagli occhi a mandorla

Scampati a Gabrina, resta da mantenere un’ultima promessa: spiegare che cosa ci faccia un elefante nel cuore dei Colli Euganei e perché abbia gli occhi a mandorla.

Lo avevamo già incontrato entrando nel Cortile dei Giganti, immobile davanti al castello come se fosse appena arrivato dal Catai. Ora possiamo osservarlo meglio. L’animale emerge da una grotta artificiale portando sul dorso Bacco, seduto sopra una botte e accompagnato dal suo seguito. La scena raffigura il ritorno del dio dall’Oriente, dove secondo la tradizione classica aveva condotto una spedizione fino all’India diffondendo la coltivazione della vite e, dettaglio particolarmente apprezzato dagli Obizzi, il consumo del vino.

La fontana fu commissionata da Pio Enea II nella seconda metà del Seicento ed è attribuita allo scultore romano Lattanzio Maschio. Acqua, mitologia ed esotismo si fondono in una piccola apparizione teatrale: dopo le battaglie navali e gli scherzi di Gabrina, persino una fontana doveva possedere una trama.

Rimangono gli occhi. Sono stretti, allungati, inequivocabilmente a mandorla. Durante la visita, la guida ci spiegò che lo scultore, dovendo rappresentare un animale orientale che probabilmente non aveva mai visto, gli avrebbe attribuito i tratti fisici allora associati agli abitanti dell’Asia.

Fontana dell’Elefante con Bacco al Castello del Catajo

Un elefante dagli occhi a mandorla

Il giardino delle delizie del Castello del Catajo

Lasciamo l’elefante alle sue meditazioni e raggiungiamo il Giardino delle Delizie. Anche qui gli Obizzi avevano organizzato la natura con la stessa sobrietà dimostrata nel resto del castello, vale a dire pochissima.

Nel 1573 Betussi descriveva ancora un terreno occupato soprattutto da alberi da frutto. Un secolo dopo, la Descrizione del Cataio documenta il giardino elaborato da Pio Enea II.

Quattro grandi stemmi disegnati con il bosso rappresentavano i poteri ai quali erano legati gli Obizzi: il papato, Venezia, i Medici e gli Este. Attorno si disponevano peschiere, cipressi, agrumi, pergolati e persino una torre di gelsomini e vitalbe.

Le trasformazioni successive hanno modificato quell’assetto. Rimangono la grande peschiera, le terrazze e l’acqua; oggi dominano il giardino due grandi magnolie e una sequoia.

Il Laghetto nel giardino del castello del Catajo

Il laghetto del castello

La fine degli Obizzi e il destino delle collezioni

Il giardino seicentesco cambiò più volte aspetto; la passione degli Obizzi per il collezionismo continuò invece a prosperare.

Nel Settecento il castello passò a Tommaso Obizzi, nato nel 1750 e destinato a diventare l’ultimo marchese della famiglia. Dipinti, armi, strumenti musicali, monete, reperti archeologici, libri e raccolte naturalistiche trovarono posto in ambienti appositamente allestiti. Il Catajo divenne uno dei più importanti musei privati dell’epoca, celebrato come una «picciola Atene sempre crescente».

Alla morte di Tommaso, nel 1803, il castello e le collezioni passarono al duca Ercole III d’Este e, attraverso successivi passaggi dinastici, agli Austria-Este. Il Catajo entrava finalmente nel mondo delle grandi corti europee, dopo avere trascorso oltre due secoli a dipingere gli Obizzi al loro fianco.

Negli anni Trenta dell’Ottocento Francesco IV d’Austria-Este fece costruire il Castel Nuovo. Nel 1838 vi soggiornarono l’imperatore Ferdinando I d’Austria e Maria Anna di Savoia; per l’occasione Franz Liszt si esibì sulla grande terrazza.

Le collezioni avevano intanto cominciato a prendere strade diverse. Alcuni nuclei furono trasferiti a Modena, altri raggiunsero Vienna.

Alla fine dell’Ottocento il Catajo passò all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, che vi soggiornava soprattutto durante le battute di caccia. Molti degli oggetti ancora conservati nel castello furono portati a Vienna o nella sua residenza di Konopiště, nell’attuale Repubblica Ceca. Dopo l’assassinio dell’arciduca a Sarajevo nel 1914 e la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, il Catajo venne acquisito dallo Stato italiano. Nel 1929 passò alla famiglia Dalla Francesca; nel 2016 fu acquistato da Sergio Cervellin, che avviò una nuova stagione di restauri e aperture al pubblico.

Oggi le collezioni degli Obizzi sono divise soprattutto fra la Galleria Estense di Modena, il Kunsthistorisches Museum di Vienna e il castello di Konopiště. Gli affreschi, almeno, erano troppo saldamente attaccati alle pareti per intraprendere il viaggio.

Vale la pena visitare il Castello del Catajo?

Ripartii verso Padova molto più tardi del previsto. Ero arrivata cercando un improbabile legame con il Catai; lasciavo il castello dopo aver attraversato la grande rappresentazione che gli Obizzi avevano costruito di sé.

La pista dell’Oriente era falsa, eppure mi aveva condotta nel posto giusto. Il Catajo racconta come una famiglia possa trasformare la propria memoria in architettura, pittura e spettacolo: gli antenati diventano eroi, il cortile un teatro navale e persino l’acqua partecipa alla messinscena.

Fra documenti, leggende e licenze poetiche, resta difficile stabilire dove finisca la storia e cominci il racconto degli Obizzi. Probabilmente era proprio questo il risultato che desideravano. Volevano essere ricordati; quattro secoli dopo, siamo ancora qui a parlare di loro.

Informazioni e visite

Per preparare la tua visita o consultare gli orari aggiornati del Castello del Catajo:


Sito ufficiale del Castello del Catajo

Fonti e approfondimenti

Ultimo aggiornamento: agosto 2026

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4 Responses

  1. Avevo sentito parlare di questo castello e l’avevo inserito nella mia lista di gite fuori porte in regione. Inutile dire che, con questo articolo, m’è venuta ancora più voglia di visitarlo e di conoscere la sua incredibile storia!

  2. Che bello questo castello, non ne avevo mai sentito parlare. Mi piacerebbe un sacco poterlo visitare, anche se il Veneto è un po’ troppo lontano per me. Vedremo se riuscirò ad organizzare un viaggio da quelle parti.

  3. Ho scoperto l’esistenza di questo castello non più di una settimana fa e ora trovo il tuo articolo che lo descrive così bene. Vivo in Veneto e non me sapevo niente, una vergogna. Dovrò rimediare quanto prima, è bellissimo, imponente.

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