collage onirico di viaggio con donna di spalle e paesaggi sovrapposti, rappresentazione della scrittura di viaggio lenta

Confessioni di una travel blogger fuori tempo massimo

Confesso.
Sono una travel blogger. Di quelle senza loghi, senza media kit aggiornato. Di quelle che non sono mai state invitate a un fam trip né hanno mai ricevuto uno zainetto sponsorizzato.

Sono una travel blogger amatoriale, dilettante, e a modo mio, irriducibile. Ma lo sono davvero. Perché viaggio. Perché scrivo. E perché da anni mi ostino a raccontare i luoghi non per dettare tendenze, ma per ricostruire la mia geografia interiore.

Solo che – qui sta il problema – non lo faccio mai a caldo.

Perché non racconto i viaggi in tempo reale

Non ci riesco. O meglio, non ci voglio riuscire. Non appena torno da un viaggio, ho bisogno di silenzio, di digestione emotiva, di sedimentazione. Di quel tempo opaco e necessario in cui le immagini smettono di essere “scatti” e diventano “ricordi” e i dettagli minori – un odore, una frase sentita per strada, il colore delle piastrelle del bagno dell’albergo – assumono un valore inaspettato.

Non ho mai capito come si possa scrivere un articolo su Istanbul due giorni dopo essere atterrati a Fiumicino. O raccontare il fascino di un paesino delle Asturie mentre si è ancora in aeroporto, magari con il cellulare in modalità risparmio energetico e l’ansia da boarding call imminente.

A me serve tempo. Serve distanza. Serve il contrario dell’immediatezza che i social oggi impongono.

Per questo motivo, e lo dico con fierezza (ma anche con una punta di malinconia), le mie foto e i miei articoli sono spesso “fuori tempo massimo.

Contro la dittatura del tempo reale

Mi capita di pubblicare, oggi, immagini di un viaggio fatto tre anni fa.
Un tramonto a Lisbona, una scala colorata che sale verso il cielo ad Arzachena in Sardegna, un riflesso nella Dordogna nel Périgord.

E puntualmente arriva il messaggio del conoscente, dell’amico socialmente ansioso, del parente digitale:
“Ma sei in Spagna adesso???”
Oppure, più sbrigativo:
“Ancora in viaggio?”
Come se pubblicare una foto fosse un atto sincronico, come se il tempo della condivisione dovesse coincidere con quello dell’esperienza.

No, non sono ancora in viaggio. Sono in ritardo. E me ne vanto.

Perché io – lasciatemelo dire – non voglio essere prigioniera del tempo reale.
Non voglio scrivere mentre vivo.  Non voglio raccontare mentre guardo. Voglio lasciar decantare. Voglio fare connessioni.
Voglio confrontare un tramonto sul Tago con quello visto a Cagliari tre anni prima, senza per questo doverlo spiegare con un carosello in cinque punti.

Il mio processo di scrittura: lento come un brodo

Lo stesso vale per la scrittura. Un articolo, per me, nasce come un brodo. Si butta dentro l’osso, si aggiungono verdure, si lascia cuocere a fuoco lento.
Poi si assaggia. Si corregge. Si aggiusta.
Solo alla fine, e se proprio convince, si serve.

Ma è una forma di romanticismo che oggi, mi rendo conto, risulta sospetta.
Viviamo nell’epoca della narrazione simultanea.  Bisogna essere lì, in quel momento, e documentare.  Meglio ancora: fare un live.  E se non lo fai, se non posti in tempo reale, allora sembra che tu stia nascondendo qualcosa.
Come se la narrazione posticipata non fosse una scelta estetica, ma una colpa.

Social media e pressione dell’immediatezza

Qualcuno mi ha detto: “Ma così perdi i follower. L’algoritmo non ti premia.”
E io rispondo, con una scrollata di spalle:
“Che l’algoritmo si arrangi.”

Capisco che non sia per tutti. Che ci sia chi vive bene nell’immediatezza. Capisco anche che  ci siano creator brillanti che riescono a girare un video coinvolgente il giorno stesso dell’arrivo, mentre disfano la valigia e fanno check-in.
Io non ne faccio parte.
Io, se vedo qualcosa di bello, non voglio subito fotografarlo.
Voglio guardarlo.   E magari ripensarci tre settimane dopo, mentre sto lavando i piatti.

Il tempo della narrazione è quello della riflessione. È un tempo lento, obliquo, spesso anacronistico, ma è l’unico che conosco.

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