Château de la Napoule sul Mediterraneo a Mandelieu-la-Napoule

Sulla porta d’ingresso dello Château de la Napoule, a Mandelieu-la-Napoule, sono incise tre parole che difficilmente ci si aspetterebbe di trovare sulla soglia di un castello della Costa Azzurra:

Once upon a time.

C’era una volta.

Ci sono tornata in settembre, in una di quelle giornate in cui la Costa Azzurra sembra voler giustificare il proprio nome: cielo limpido, mare azzurro e una luce ancora pienamente estiva. Avevo già visitato La Napoule anni prima. Questa volta ho guardato più a lungo particolari che ricordavo appena e ne ho scoperti altri che mi erano completamente sfuggiti.

A La Napoule, del resto, ce ne sono parecchi.

Inscription Once Upon a Time au château de La Napoule

Quell’Once upon a time potrebbe sembrare una trovata romantica, sia pure piuttosto singolare sulla soglia di un castello affacciato sul Mediterraneo. In realtà è quasi un avvertimento. Dietro quella porta c’è una fortezza medievale che medievale lo è solo in parte. E poi ci sono un banchiere che non volle fare il banchiere, una donna rimasta troppo a lungo nell’ombra e un discreto assortimento di creature che non appartengono ad alcuna specie conosciuta.

Tutto cominciò nel 1918, quando due americani molto ricchi, Henry e Marie Clews, acquistarono ciò che rimaneva di un antico castello sul mare. Avrebbero potuto restaurarlo magnificamente e abitarlo. E invece fecero qualcosa di molto più strano.

I Clews non avevano intenzione di ricostruire La Napoule com’era stata nel passato. Presero le rovine, conservarono quello che interessava loro e per il resto seguirono soprattutto la propria immaginazione. Il Medioevo che vediamo oggi è, in buona parte, il loro.

Il risultato sfugge alle definizioni. La Napoule fu la loro casa e l’atelier di Henry, ma anche il luogo nel quale entrambi finirono per rappresentare se stessi. Dentro e fuori dal castello, elementi antichi convivono con aggiunte novecentesche senza troppe preoccupazioni filologiche. Durante la visita, del resto, viene abbastanza presto voglia di smettere di fare l’inventario.

Lo storico dell’architettura Christian Corvisier ha trovato per La Napoule una definizione particolarmente felice: un «rêve de pierre», un sogno di pietra.

Prima del sogno, però, c’erano delle rovine.

Château de la Napoule in breve

Château de la Napoule in Costa Azzurra

Château de la Napoule

Dove: Mandelieu-la-Napoule, in Costa Azzurra, circa 7 km a ovest di Cannes.

Cos’è: un antico castello medievale profondamente trasformato nel Novecento da Henry e Marie Clews, che ne fecero la propria casa e un’opera d’arte molto personale.

Perché visitarlo: per gli interni e le sculture di Henry Clews, i giardini progettati da Marie, l’architettura neo-medievale e la posizione direttamente sul Mediterraneo.

Quanto tempo prevedere: circa 1 ora e 30 per visitare con calma il castello e passeggiare nei giardini.

Come si visita: i giardini sono visitabili liberamente; gli interni del castello con visita guidata.

Da Cannes senza auto: comodissimo. La stazione TER di La Napoule si trova proprio di fronte al castello.

Il mio consiglio: non limitatevi ai giardini. Se gli orari lo permettono, fate anche la visita degli interni: è lì che la storia di Henry e Marie Clews diventa molto più coinvolgente.

Château de la Napoule: dalla fortezza medievale al “rêve de pierre“

Torri, mura merlate, cortili, passaggi in pietra: a prima vista lo Château de la Napoule ha tutte le carte in regola per sembrare un castello medievale. E un castello medievale qui esisteva davvero. Solo che una buona parte di ciò che vediamo oggi appartiene al Novecento.

Nel XIV secolo esisteva qui una fortezza appartenente alla famiglia de Villeneuve, una delle grandi casate della Provenza orientale. La posizione aveva allora ragioni assai meno contemplative di quelle che apprezziamo oggi: il castello sorvegliava un tratto di costa esposto alle incursioni provenienti dal mare.
Nei secoli successivi guerre, distruzioni, ricostruzioni e cambiamenti di funzione modificarono profondamente il complesso. Alcune strutture medievali sopravvissero, altre scomparvero o furono inglobate in costruzioni successive. Nell’Ottocento ciò che restava dell’antica fortezza faceva ormai parte di una residenza sul mare. La Napoule, insomma, aveva già cambiato volto diverse volte prima dell’arrivo di Henry e Marie Clews.

Castello de la Napoule sul mare a Mandelieu-la-Napoule

Quando la acquistarono, nel 1918, si trovarono davanti un luogo nel quale epoche diverse avevano lasciato tracce non sempre facili da distinguere. Cercare di riportarlo a un presunto stato originario avrebbe significato, prima di tutto, decidere quale fosse quello giusto: il castello del XIV secolo? Una delle ricostruzioni successive? La residenza ottocentesca?
La questione, evidentemente, non tolse il sonno ai Clews. Conservarono parti antiche, ne trasformarono altre e aggiunsero ambienti, torri, cortili, mura e terrazze ricorrendo con grande libertà al vocabolario dell’architettura medievale. Né sembra che li preoccupasse molto la possibilità che, un secolo più tardi, qualcuno potesse confondere il XIV con il XX secolo. Probabilmente accade ancora oggi a molti visitatori.

 

Per questo la parola restauro sta un po’ stretta a La Napoule. I Clews lavorarono sulle preesistenze, ma vi aggiunsero il loro Medioevo: quello che Henry immaginava, scolpiva e costruiva. A distanza di un secolo, le due cose non sono sempre immediatamente riconoscibili.
A questo punto, il «rêve de pierre» di Corvisier appare molto meno metaforico di quanto sembrasse all’inizio. Il Medioevo di La Napoule è anche quello che Henry e Marie Clews decisero di costruire.
Per dedicare quasi vent’anni a un progetto simile, tuttavia, la fantasia non bastava. Henry Clews proveniva da una delle famiglie più ricche della New York di fine Ottocento. Suo padre, anch’egli Henry Clews, era un importante banchiere di Wall Street.
Per il figlio sembrava già tracciata la stessa strada. Ma il futuro artefice di La Napoule aveva altri progetti.

Henry e Marie Clews: gli americani che reinventarono La Napoule

Henry Clews, il banchiere mancato diventato scultore

Nato nel 1876, Henry Clews era cresciuto nell’alta finanza newyorkese e per qualche tempo seguì la strada indicata dalla famiglia. Senza particolare entusiasmo.

A interessarlo erano il disegno, la modellazione e soprattutto la scultura. Abbandonò infine la carriera finanziaria e nel 1914 si stabilì in Francia, dove poté dedicarsi interamente all’arte. Wall Street, bisogna riconoscerlo, sopravvisse alla perdita.

Henry Clews

Nello studio di Henry Clews

 

Henry poteva permettersi questa conversione senza preoccuparsi troppo delle conseguenze economiche. Non aveva bisogno di vendere le proprie opere per vivere e neppure di conquistarsi il favore del pubblico. Il patrimonio familiare gli garantiva una libertà rara, della quale a La Napoule avrebbe fatto un uso molto personale.
Il castello, del resto, era un atelier dalle possibilità insolite. Henry poteva lavorare a una scultura e, subito dopo, intervenire sul luogo destinato ad accoglierla. Le sue creature finirono così sui muri, nei cortili, sui capitelli e sulle colonne, fino a diventare parte dell’architettura.
Ma La Napoule non fu opera sua soltanto.

Marie Clews, molto più della moglie dell’artista

Marie Clews

Quando conobbe Henry, Marie si chiamava Elsie Whelen. Nata nel 1880 in una facoltosa famiglia di Filadelfia, apparteneva alla stessa alta società americana dei Clews. Fu Henry a cominciare a chiamarla Marie.
Il motivo sembra essere stato assai più pratico che romantico. In famiglia c’era già un’altra Elsie: la sorella maggiore di Henry, Elsie Clews Parsons, che sarebbe diventata un’importante antropologa e una figura del femminismo americano. Due Elsie Clews nella stessa famiglia erano evidentemente troppe. La seconda divenne Marie.

Nella storia di La Napoule, Marie è rimasta a lungo in secondo piano. Le sculture di Henry sono dappertutto e reclamano attenzione; il contributo di sua moglie, invece, è meno immediatamente riconoscibile, perché riguarda in gran parte l’organizzazione degli spazi, l’architettura e i giardini.
Marie non aveva una formazione accademica da architetta. Era autodidatta e partecipò direttamente alla trasformazione della proprietà, progettando spazi, terrazze e giardini e studiando il rapporto del castello con il Mediterraneo. Le ricerche condotte negli archivi della La Napoule Art Foundation hanno permesso negli ultimi anni di ricostruire con maggiore precisione il suo ruolo.
Attribuire a Henry tutto ciò che vediamo sarebbe quindi fuorviante. La sua presenza è forse la più vistosa: scolpisce, popola il castello di figure, interviene sulla decorazione. Marie lavora sull’architettura e sul paesaggio. I rispettivi campi d’intervento si sovrappongono spesso, come era inevitabile in un progetto portato avanti insieme per quasi vent’anni.
È anche questo che rende difficile dire dove, a La Napoule, finisca l’opera dell’uno e cominci quella dell’altra.

Torre in pietra e giardini del Château de la Napoule, con una visitatrice lungo il vialetto

Quasi vent’anni per costruire un mondo

Dal 1918 alla morte di Henry, nel 1937, La Napoule rimase un cantiere quasi permanente. E, per quanto sia piacevole immaginare i due proprietari americani intenti a costruire personalmente il proprio castello, l’impresa richiese parecchie altre mani.
Henry preparava in gesso i modelli delle proprie sculture, che gli artigiani del cantiere trasponevano poi nella pietra. Tra loro vi erano anche diversi scalpellini italiani. Marie seguiva intanto i lavori sugli edifici e nei giardini. Per quasi vent’anni si costruì, si demolì, si aggiunse, si cambiò idea e, presumibilmente, si ricominciò.

Nel frattempo, a La Napoule bisognava anche vivere. Henry e Marie vi organizzavano ricevimenti in costume e in alcune occasioni coinvolgevano nella messinscena persino la servitù. Fra gli ospiti passarono aristocratici europei, artisti ed esponenti della comunità americana della Riviera. Non sappiamo che cosa ne pensassero i domestici, dettaglio sul quale le fonti mostrano una deplorevole mancanza di curiosità.

Interni dello Château de la Napoule a Mandelieu-la-Napoule con portale scolpito, colonne e finestre con vetrate colorate
Il castello finì così per assomigliare sempre più ai suoi proprietari. Henry, in particolare, lo popolò delle creature che uscivano dalla sua immaginazione, attribuì loro nomi e disseminò muri e capitelli di simboli. A un certo punto decise che nemmeno il proprio nome era del tutto soddisfacente e cominciò a farsi chiamare Mancha, con un evidente omaggio al Don Quijote de la Mancha.
La scelta gli si addiceva. Don Chisciotte aveva preso il mondo così com’era e vi aveva visto castelli, cavalieri e avventure. Henry Clews aveva trovato a La Napoule delle rovine e vi aveva costruito il proprio castello.
Con mezzi finanziari, va detto, sensibilmente superiori a quelli del cavaliere della Mancia.

Il fantastico mondo di Henry Clews

Myth, Mystery, Mirth

Iscrizione Myth Mystery Mirth al Castello de la Napoule

A La Napoule bisogna guardare dappertutto. Sui capitelli, agli angoli delle finestre, lungo le colonne e nelle pieghe dell’architettura compaiono volti, animali, corpi contorti ed esseri che sembrano appartenere a una mitologia sconosciuta.
Durante la mia prima visita ne avevo certamente visti alcuni. Tornandoci, ho commesso l’errore di cominciare a cercarli. Dopo il primo, inevitabilmente, arriva il secondo; poi un altro ancora. Alla fine scrutavo ogni capitello.

Colonnato con capitelli scolpiti al Château de la Napoule

Tre parole incise sulle pareti del castello aiutano almeno in parte a orientarsi: Myth, Mystery, Mirth. Mito, mistero e mirth. Quest’ultima è la più difficile da rendere in italiano: allegria, ilarità, gusto dello scherzo, senza che nessuna traduzione restituisca completamente il termine inglese. È però fondamentale per capire La Napoule e, soprattutto, per evitare di prenderla troppo sul serio.
Henry prendeva sul serio il mistero e il simbolismo. Se stesso, fortunatamente, un po’ meno. Per dimostrarlo basta il nome di una delle opere più importanti del cortile, installata nel 1921: The God of Humormystics. Il Dio degli “umoromistici”, potremmo tentare di tradurre, perdendo inevitabilmente qualcosa e guadagnando una parola italiana della quale, fino a questo momento, non avevamo particolarmente sentito la mancanza.

Dietro il nome bizzarro c’era comunque un pensiero serio. Clews attribuiva all’arte una dimensione spirituale e vedeva nel materialismo una forma di impoverimento dell’esperienza umana. The God of Humormystics nasce anche da questa convinzione: bellezza, mistero e ironia dovevano offrire un’alternativa a un mondo fin troppo disposto a misurare il valore delle cose in termini materiali. Considerando l’ambiente finanziario dal quale proveniva, la polemica acquista un sapore particolare.

The God of Humormystics di Henry Clews allo Château de la Napoule

Ogs, wogs, imps e glicks: il bestiario fantastico di La Napoule

Le creature disseminate nel castello hanno antenati illustri. Henry guardava alla scultura romanica, e il riferimento diventa abbastanza evidente una volta che si cominciano a osservare i capitelli.
Chi ha visitato qualche chiesa romanica sa che il Medioevo cristiano era assai meno composto di quanto talvolta immaginiamo. Ai margini degli edifici sacri prosperano mostri, animali fantastici, esseri ibridi, corpi divorati o intrecciati, facce che fanno smorfie. Il repertorio poteva avere significati morali e simbolici e offriva agli scultori uno straordinario territorio d’invenzione.

Bestiario Castello de la Napoule

Animali fantastici

Eppure, mentre li osservavo, non era soltanto il Medioevo a venirmi in mente. Alcuni volti e certe deformazioni fantastiche mi riportavano continuamente all’universo di Lewis Carroll e alle prime illustrazioni di Alice’s Adventures in Wonderland. Soprattutto una creatura dal sorriso smisurato, che avrebbe potuto intrattenersi senza particolare imbarazzo con lo Stregatto. Non sostengo naturalmente che Henry Clews stesse pensando ad Alice: è un’associazione mia. Ma davanti a queste creature è difficile impedire alla memoria di cercare parentele.

Scultura dal grande sorriso al Château de la Napoule
Durante la visita guidata ne è emersa un’altra. Mentre la nostra guida, competentissima e molto preparata, spiegava l’opera di Clews, una visitatrice ha osservato che alcune figure le ricordavano l’arte azteca. Ho riguardato i volti. In effetti, in certi casi l’impressione è sorprendente: le bocche, gli occhi, le masse compatte possono evocare alcune sculture mesoamericane.
La guida ci ha spiegato che Henry e Marie furono grandi viaggiatori e appartenevano a un ambiente nel quale entrare in contatto con culture e collezioni extraeuropee era certamente possibile, ma per affermarlo con certezza servirebbero prove.

La domanda può quindi restare lì. A me sono venuti in mente il romanico, Carroll e, dopo l’osservazione di quella visitatrice, certe sculture mesoamericane. Qualcun altro vedrà probabilmente altro. Le creature di Henry si prestano poco alla compilazione di un regolare albero genealogico.
Clews, del resto, si era già occupato personalmente della classificazione.
Alcune delle sue creature appartenevano a famiglie alle quali diede persino un nome: ogs, wogs, imps e glicks. A questo punto qualsiasi tentativo di identificare correttamente la fauna locale diventa piuttosto ambizioso.

The Glick of La Napoule, scultura di Henry Clews

The Glick of La Napoule, una delle creature fantastiche scolpite da Henry Clews per lo Château de la Napoule, raffigurata contro la muratura policroma del castello.

Alcuni esseri possedevano anche un’identità individuale. Nel 1928 Henry realizzò The Og of Octopi of La Napoule; allo stesso anno risale The Shat of Snakes of La Napoule, che sarebbe stato esposto al Metropolitan Museum of Art di New York nel 1939, due anni dopo la morte dell’artista.

Mancha: Henry Clews e Don Chisciotte

Come abbiamo visto prima, Henry aveva riservato un personaggio anche a se stesso.
Preferiva essere chiamato Mancha.
Il riferimento era naturalmente alla Mancha di Don Chisciotte. Si capisce abbastanza bene che cosa potesse affascinarlo nel cavaliere di Cervantes: un uomo che guarda il mondo così com’è e decide, con conseguenze non sempre felicissime, di sostituirgli quello che vorrebbe vedere.
Spingere troppo oltre il paragone sarebbe ingeneroso con entrambi. Henry sapeva perfettamente di vivere nel XX secolo e disponeva, dettaglio non secondario, di mezzi economici che il cavaliere errante avrebbe probabilmente trovato molto utili. Ma quel nome dice qualcosa del personaggio che Clews aveva scelto per sé.
Aveva lasciato Wall Street per diventare scultore, acquistato con Marie un castello sulla Riviera, reinventato il suo Medioevo e popolato le mura di esseri dai nomi inesistenti. Chiamarsi Mancha, a quel punto, non era neppure la cosa più strana che avesse fatto.
Eppure La Napoule non diventa mai opprimente. Torna qui quella terza parola, mirth: Henry sembra essersi riservato il diritto di sorridere persino delle proprie fantasie.
Fuori dalle mura, intanto, Marie stava costruendo un mondo molto diverso. Aveva meno mostri e regole decisamente più severe, almeno per quanto riguardava il colore dei fiori.

Studio di Clews

Nello studio dell’artista

I giardini dello Château de la Napoule: i “regni dentro altri regni” di Marie

Fuori dal castello, Marie aveva stabilito una regola piuttosto precisa: nei suoi giardini più appartati i fiori dovevano essere bianchi.
Dopo l’esuberanza di Henry, i suoi mostri, le iscrizioni e le creature che sembrano contendersi ogni angolo disponibile della pietra, il cambiamento si avverte immediatamente. Nei giardini dominano il verde e il bianco, l’acqua e le prospettive. Il Mediterraneo compare e scompare mentre ci si muove da uno spazio all’altro.
Poco prima di morire Marie definì i giardini di La Napoule «kingdoms within kingdoms», «regni dentro altri regni». Non aveva progettato un giardino da abbracciare con un solo sguardo. Siepi, muri e passaggi delimitano ambienti diversi; alcune prospettive si chiudono, altre lasciano improvvisamente apparire il mare. Ogni volta sembra di essere arrivati da qualche parte, finché non si scopre un altro passaggio.

Giardini dello Château de la Napoule con vasca e siepi

Verde, bianco e giardini segreti

I giardini presero forma soprattutto tra il 1919 e il 1937 e, come il castello, sfuggono a una classificazione troppo semplice. Vi convivono la geometria del giardino formale francese, riferimenti italiani e zone più libere. Marie prendeva elementi da tradizioni diverse e li combinava a modo proprio. Del resto, dopo aver visto che cosa i Clews avevano fatto con il Medioevo, sarebbe stato imprudente aspettarsi maggiore disciplina in giardino.
Sul colore, invece, Marie era molto meno accomodante.
Il progetto giocava soprattutto sul verde e sul bianco e, in alcuni dei giardini più intimi, erano ammessi soltanto fiori bianchi. Le variazioni venivano dal fogliame, dalla pietra, dalla luce e dalle diverse fioriture.
Pensavo che la faccenda finisse con le piante. Mi sbagliavo.
Le ricerche condotte da Cynthia Imogen Hammond negli archivi fotografici della La Napoule Art Foundation hanno riportato alla luce un dettaglio notevole: tra il 1919 e il 1937 nei giardini viveva anche una piccola ménagerie di uccelli esotici.
Bianchi, naturalmente.
La scelta cromatica andava dunque ben oltre le aiuole. Piante, animali, pietra e architettura erano pensati all’interno dello stesso ambiente, fino ai colori.
I secret gardens spiegano forse meglio di qualunque definizione quei «regni dentro altri regni». Non esiste un punto dal quale vederli tutti. Si entra in uno spazio, si percorre un passaggio, si gira dietro una siepe e ne compare un altro.
È una maniera di progettare che mi piace particolarmente perché obbliga a muoversi e a guardare.

Tra il castello e il Mediterraneo

Vista sul Mediterraneo dai giardini dello Château de la Napoule

Passeggiando nei giardini, il Mediterraneo non è sempre visibile. Siepi, muri e terrazze lo nascondono per qualche momento, poi basta cambiare direzione e il mare ricompare.
È difficile immaginare La Napoule altrove. Il castello sorge praticamente sulla riva e Marie sfruttò questa posizione aprendone continuamente i giardini verso il Mediterraneo. Dopo gli spazi più raccolti, trovarsi improvvisamente davanti al mare è una delle sorprese più belle della visita.
In quella giornata di settembre il passaggio era particolarmente evidente. Il verde dei giardini, la pietra del castello e il blu quasi continuo fra mare e cielo producevano esattamente ciò che nessuna fotografia riesce del tutto a restituire. Da alcuni punti il mare sembra vicinissimo; da altri scompare dietro un muro o una siepe e bisogna ritrovarlo.
Fra gli spazi documentati compare anche una Philosopher’s Walk, la passeggiata del filosofo.
Tra questi giardini Marie continuò a lavorare anche dopo la morte di Henry, nel 1937. Lui, però, non lasciò La Napoule.
Era stato sepolto nella Tomb Tower, la torre funeraria che i Clews avevano fatto costruire nel castello.

La Tomb Tower: amore, morte e memoria

Tomba di Henry Clews allo Château de la Napoule

Tomba di Henry Clews allo Château de la Napoule

Henry e Marie avevano previsto a La Napoule anche il luogo nel quale sarebbero stati sepolti.
La Tomb Tower, chiamata anche Tour de la Mancha, si trova all’interno del complesso, affacciata sul Mediterraneo. Henry morì nel 1937 e fu sepolto qui; Marie gli sopravvisse per ventidue anni e nel 1959 lo raggiunse nella torre.
Le loro tombe sono disposte una di fronte all’altra e presentano un particolare piuttosto insolito: non sono completamente chiuse. Un’apertura fu lasciata appositamente perché le anime dei due coniugi potessero uscire.
E avevano una destinazione.
Nella parte superiore della torre si trova una stanza senza porta, concepita per rimanere inaccessibile ai vivi. Secondo il racconto legato alla Tomb Tower, ogni cento anni le anime di Henry e Marie lascerebbero le rispettive tombe per ritrovarsi lassù.
Non so che cosa accadrà al prossimo appuntamento, ma l’organizzazione è impeccabile.
Dopo Once upon a time, Myth, Mystery, Mirth, Mancha e il bestiario di Henry, anche la Tomb Tower finisce per sembrare perfettamente al suo posto. I Clews avevano progettato La Napoule fin nei particolari e, a quanto pare, avevano pensato anche a come continuare a frequentarla dopo la morte.
Marie, del resto, ebbe ancora molto tempo per occuparsi del castello. Dopo la morte di Henry rimase a La Napoule per altri ventidue anni e continuò a custodire le sue opere e ciò che avevano realizzato insieme.
Ma non volle che tutto finisse con loro.

Tomb Tower dello Château de la Napoule sul Mediterraneo

La Tomb Tower dello Château de la Napoule, costruita da Henry e Marie Clews come luogo di sepoltura

Dal castello privato alla La Napoule Art Foundation

Dopo la morte di Henry, Marie continuò a vivere a La Napoule e a occuparsi del castello, delle sculture e dei giardini. Avrebbe potuto limitarsi a conservare tutto così com’era, ma non lo fece.
Nel 1951 fondò  La Napoule Art Foundation e aprì il castello agli artisti. Voleva che diventasse un luogo di lavoro e di incontro fra persone provenienti da paesi diversi. Dopo due guerre mondiali, attribuiva all’arte e agli scambi culturali anche la capacità di favorire una migliore comprensione fra le persone.

La scelta di Marie evitò al castello di diventare semplicemente il luogo nel quale conservare l’opera di Henry e la memoria della loro vita. Altri artisti avrebbero lavorato nelle stesse stanze e negli stessi giardini.
La Fondation le è sopravvissuta. Ancora oggi accoglie artisti in residenza, organizza esposizioni e porta avanti programmi culturali internazionali. Dietro mura che sembrano medievali lavorano dunque artisti contemporanei. A La Napoule, dopotutto, le epoche non sono mai rimaste molto disciplinatamente al proprio posto.
Durante la visita, sapere che il castello è ancora utilizzato in questo modo cambia parecchio la percezione del luogo. Le sculture, i giardini, gli ogs e le eccentricità dei Clews appartengono alla sua storia; gli atelier e le residenze d’artista appartengono al presente.

Scultura dell’elefante nei giardini dello Château de la Napoule

Chi arriva oggi a La Napoule se ne accorge ancora prima di entrare nel castello. Ad accogliere i visitatori c’è un enorme elefante nero.
Si chiama Dumbo ed è opera dello scultore belga Serge Van de Put, primo vincitore del Prix de La Napoule. È fatto interamente di pneumatici riciclati e, dopo essere stato presentato a Venezia nel periodo della Biennale del 2009, fu acquistato dalla Fondazione per la propria collezione.
Non è dunque una delle creature di Henry Clews, anche se, circondato da ogs, wogs, imps e glicks, probabilmente non si sente troppo fuori posto.
È soprattutto la prova più evidente che a La Napoule la storia non si è fermata con i Clews.

Once upon a time.
Questa volta sappiamo come continua la storia.

Ultimo aggiornamento: settembre 2026.

Visitare il Castello de la Napoule: domande frequenti

Dove si trova il Castello de la Napoule?

Il Castello de la Napoule si trova a Mandelieu-la-Napoule, in Costa Azzurra, circa 7 km a ovest di Cannes. Il castello sorge direttamente sul Mediterraneo, accanto al porto di La Napoule.

Si può visitare il Castello de la Napoule senza visita guidata?

I giardini possono essere visitati liberamente durante gli orari di apertura. Per vedere gli interni del castello, invece, normalmente occorre partecipare a una visita guidata. La visita dura circa 45 minuti/un’ora e permette di entrare negli ambienti legati a Henry e Marie Clews e di osservare da vicino le opere e le decorazioni di Henry.

Le visite guidate sono disponibili in italiano?

Le visite per i visitatori individuali si svolgono in francese. Alla biglietteria sono però disponibili supporti alla visita in italiano, oltre che in inglese, tedesco e spagnolo.

Vale la pena visitare anche l’interno del castello?

Secondo me sì. I giardini e la posizione sul mare valgono già la visita, ma limitandosi agli esterni si perde una parte importante della storia di Henry e Marie Clews. Dopo averne ricostruito la vicenda e osservato le strane creature disseminate nel castello, sceglierei senza esitazioni la visita completa.

Quanto tempo occorre per visitare il Castello de la Napoule?

La visita guidata degli interni dura circa 45 minuti/un’ora. A questa bisogna aggiungere il tempo per i giardini. Per vedere l’insieme senza fretta prevederei almeno un’ora e mezza; qualcosa in più se, come me, finite per cercare ogs e wogs sui capitelli.

Quali sono gli orari del Castello de la Napoule?

Dal 1° aprile al 20 settembre 2026, il castello e i giardini sono aperti dal martedì alla domenica dalle 10:00 alle 18:00. Le visite guidate degli interni sono normalmente previste alle 11:30, 14:30, 15:30 e 16:30. Da ottobre a marzo giorni e orari cambiano. Sono inoltre possibili chiusure eccezionali in occasione di eventi privati: meglio controllare il calendario sul sito ufficiale prima di partire.

Bisogna prenotare la visita guidata?

Per le visite guidate aperte al pubblico non è richiesta la prenotazione, ma il numero di posti è limitato. Conviene quindi presentarsi alla biglietteria con un po’ di anticipo.

Come arrivare al Castello de la Napoule da Cannes senza auto?

È particolarmente semplice in treno: i TER collegano Cannes a La Napoule e la stazione si trova proprio di fronte al castello. In alternativa, da Cannes si può utilizzare l’autobus della linea 22 in direzione Théoule-sur-Mer e scendere alla fermata Port de La Napoule.

Dove parcheggiare per visitare il Castello de la Napoule?

Il castello non dispone di un parcheggio privato. Nelle vicinanze si trovano il Parking St Fainéant, con circa 50 posti, e il Parking Soustelle, con circa 40, oltre ad alcuni posti auto lungo le strade circostanti. Nei periodi di maggiore affluenza conviene prevedere un po’ di margine.

Si può visitare La Napoule con un cane?

Gli animali non sono ammessi nel castello e nei giardini, con l’eccezione dei cani da assistenza.

Perché all’ingresso del castello de la Napoule c’è un elefante?

L’enorme elefante nero che accoglie i visitatori non appartiene al bestiario fantastico di Henry Clews. Si chiama Dumbo ed è un’opera dello scultore belga Serge Van de Put, realizzata con pneumatici riciclati.

Fonti e approfondimenti

Per approfondire la storia dello Château de la Napoule, l’universo artistico di Henry Clews e il ruolo di Marie Clews nella trasformazione del castello e dei suoi giardini:

  • Annie Gall, « Le Château enchanté de la Napoule. Un grimoire moderne », in Architecture du rêve. Actes du 3e colloque de la Villa Kérylos, Cahiers de la Villa Kérylos, n. 3, Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, 1994, pp. 35–42. Testo integrale su Persée.
  • Lionel Carley, « Genial Fastness: Clews and his Castle », The Delius Society Journal, n. 90, 1986, pp. 5–9. Testo integrale in PDF.
  • Tim Glenn, Whistling Doves: Biography and Art as Source Material for a New Art Work, ricerca sviluppata nell’ambito del Master of Fine Arts, Ohio State University. Consulta la ricerca.
  • La Napoule Art Foundation, L’histoire du Château. Consulta la fonte.
  • La Napoule Art Foundation, Les Jardins de Marie. Consulta la fonte.

5 Responses

  1. Noto con piacere che anche la Costa Azzurra è ben fornita di siti storici e castelli, luoghi che come sai amo molto! Non lo conoscevo questo ma sicuramente merita una visita e spero di farla al più presto!

  2. Siamo stati in Costa Azzurra diverse volte, ma nessuno mi ha mai segnalato questo castello da poter visitare. Mi piacerebbe vederlo, anche per il romanticismo che racchiude la sua cripta. Adoro le leggende legate ai castelli, e spero di riuscire a raggiungerlo durante il prossimo road trip in Francia.

  3. Grazie Roberto!
    Mi fa davvero piacere essere una fonte di ispirazione per i tuoi viaggi.

  4. Bellissimo post, complimenti! Sono stato molte volte in Costa Azzurra ma come sempre questo blog mi fa scoprire cose nuove! E poi un vero blog di viaggi, scritto non per turisti usa e getta ma per viaggiatori con un’anima e un cervello :-). E che foto! Brava Veronica, continua così!

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